Cara inflazione, è questione di classe
L’inflazione torna a mordere, ormai stabilmente sopra il 3% (+3.3% ad agosto), e puntuale come una campana la reazione del mondo politico ed economico è sempre la stessa.
Da una parte la BCE che torna ad aumentare i tassi di interesse e così facendo colpisce i lavoratori e le famiglie due volte, se non tre: aumentando il costo dei mutui, aumentando i costi del finanziamento per le imprese, che possono trasferirne una parte sui prezzi, tanto più nei settori non concorrenziali e quindi alimentare l’aumento dei prezzi e, infine, ma per questo meno importante, con questa manovra la BCE esprime la volontà di aumentare la disoccupazione e raffreddare sul nascere qualsiasi ipotesi di spinta salariale.
Dall’altra parte, il governo, che è affannosamente alla ricerca di misure simboliche per dimostrare di stare facendo qualcosa (l’intervento spot sulle accise per il carburante nei giorni del rientro estivo è illuminante in questo senso) e chiama in soccorso il capitalismo petrolifero nazionale, che disvela così tutta la sua misera opulenza. Tutte queste misure, tuttavia, non affrontano minimamente le radici strutturali della questione inflazione, e soprattutto le sue conseguenze distributive che vanno ben oltre il numeretto che mensilmente l’ISTAT distribuisce. Vediamo allora cosa ci dicono i dati, se allarghiamo un po’ lo sguardo prendendo in considerazione cos’è successo negli anni recenti.
Secondo una simulazione del sole 24ore, un carrello della spesa consumato da una famiglia tipo composta da una coppia e un figlio, è aumentato da luglio 2021 a luglio 2026 del 30% con picchi prossimi o superiori al 50% per beni di consumo quotidiano quali il caffè, l’olio e molti prodotti ortofrutticoli.
Se allarghiamo l’orizzonte temporale, i dati Istat mostrano con maggiore chiarezza l’aumento ormai consolidato del costo della vita. Tra agosto 2022 e agosto 2026 l’indice FOI — che misura l’evoluzione dei prezzi dei beni e dei servizi acquistati dalle famiglie che fanno capo a un lavoratore dipendente — è cresciuto complessivamente di circa l’11,2%. Risalendo a luglio 2021, l’aumento raggiunge il 20,2%. La dinamica è stata ancora più marcata per i prodotti alimentari e le bevande analcoliche: quasi il 17% dall’agosto 2022 e circa il 29% dal luglio 2021. Si tratta di una componente essenziale e difficilmente comprimibile dei consumi familiari, il cui rincaro incide in misura proporzionalmente maggiore sui bilanci delle famiglie con redditi medio-bassi.
Già nel rapporto del 2022, l’ISTAT aveva certificato come l’inflazione scoppiata a metà 2021 era gravata sulle famiglie a basso reddito ben più che sulle famiglie a reddito alto. Uno scenario che sembra ripetersi, se, ai dati sopracitati, si aggiunge che da agosto ’25 ad agosto ’26 i cosiddetti “Prodotti ad alta frequenza di acquisto” sono aumentati del 4.3%, 1 punto in più dell’indice generale dei prezzi. I “prodotti ad alta frequenza di acquisto” includono – oltre ai generi alimentari e bevande – i tabacchi, le spese per l’affitto, i beni non durevoli per la casa, i servizi per la pulizia e manutenzione della casa, i carburanti, i trasporti urbani, i giornali e i periodici, i servizi di ristorazione, le spese di assistenza: insomma tutte quelle spese che facciamo quotidianamente, a volte di importo unitario non abbastanza elevato per farci apprezzare l’aumento, ma che messe insieme sono solitamente la parte principale del nostro bilancio.
Un altro dato sorprendente è che i beni regolamentati (cioè quei beni su cui lo Stato potrebbe, almeno in via teorica, agire per controllare il livello dei prezzi) sono aumentati, nell’ultimo anno, del 5%, ben più dei beni non regolamentati che aumentano del 4.1%. Si tratta chiaramente di una conseguenza delle guerre scatenate in Medio Oriente, tant’è che fra i beni regolamentati spicca l’aumento dei beni energetici pari addirittura al oltre il 18% solo nell’ultimo anno. È evidente che aumenti di questo livello produrranno nei prossimi mesi ulteriori effetti al rialzo anche sulle altre categorie di beni e servizi.
Ricapitolando: gli ultimi 5 anni, che comprendono un lungo periodo in cui – dopo la fiammata post-covid – l’inflazione era sembrata tornare ad essere un tema espulso da dibattito pubblico, ci lasciano in eredità un carrello della spesa più caro del 18%, e con questo fardello sulle spalle ci troviamo all’inizio di una fase in cui l’inflazione torna a ruggire.
E i salari, in tutto questo? La insufficiente reazione dei salari monetari, negli ultimi decenni e in particolar modo nell’ultimo episodio inflazionistico, è proprio una delle ragioni per cui l’inflazione era tornata così rapidamente sotto controllo. In buona sostanza, i salari hanno pagato tutto l’onere dell’aumento dei prezzi energetici e ora, con le ossa ancora rotte, si apprestano a fronteggiare una nuova fase di sostenuta crescita dei prezzi. Se si guarda alle retribuzioni contrattuali reali, cioè ai compensi minimi contrattati dai CCNL deflazionati per l’indice dei prezzi, si noterà che sono cresciute più che lentamente e sono ben lontane dal loro livello del 2021 segnando una perdita prossima al 9% e del 4% rispetto al gennaio 2022.
Questo risultato deludente è anche l’eredità dei pessimi accordi sottoscritti negli anni passati dalle organizzazioni sindacali confederali e dalle associazioni delle imprese. Come parametro di riferimento per i rinnovi contrattuali è stato infatti adottato l’IPCA al netto dei beni energetici importati: un indicatore che esclude proprio una delle principali componenti dell’attuale ondata inflazionistica. Questo meccanismo limita drasticamente la capacità dei contratti di recuperare integralmente e tempestivamente la perdita di potere d’acquisto.
Ma pesanti responsabilità ricadono anche sul Governo, che in questi anni ha ripetutamente rivendicato di essere intervenuto a tutela dei salari, soprattutto di quelli più bassi. Gli stessi provvedimenti di detassazione sono stati presentati, di volta in volta e secondo le esigenze politiche del momento, prima come riduzione del cuneo fiscale, poi come sostegno contro l’inflazione e infine come compensazione del fiscal drag. Quest’ultimo è il drenaggio fiscale che si produce quando l’aumento nominale di salari e pensioni, pur limitandosi a rincorrere l’inflazione, determina un incremento dell’imposizione e quindi una perdita di reddito reale: secondo le stime richiamate, negli ultimi due anni è costato diversi miliardi a lavoratori e pensionati.
Una sola misura, insomma, è stata presentata come risposta a problemi diversi; ma la sua insufficienza emerge chiaramente dai dati sulla perdita di potere d’acquisto. Una perdita strutturale che non può essere compensata da provvedimenti occasionali o da qualche agevolazione simbolica, come il mancato pagamento del bollo auto.
Quello che servirebbe è presto detto: dal punto di vista istituzionale la reintroduzione di un sistema di indicizzazione dei salari monetari che riesca a tutelarne il potere d’acquisto e a limitare l’erosione dovuta all’inflazione. Una indicizzazione che dovrebbe riguardare anche le aliquote fiscali, proprio per contrastare il fiscal drag. Dal punto di vista politico-sindacale, una nuova stagione di lotte e rivendicazioni, che riesca a spostare l’onere dell’aumento dei costi sulle imprese, a proteggere i salari reali e anzi, ad aumentarli. Come ripetiamo da tempo, infatti, non vi è altro modo per alzare i salari, se non alzare i salari.












